Questione di metodo

Scuriosando nel vecchio blog, ho ripescato questo post, in verità un po’ lunghetto, sull’utilità delle interrogazioni, sul metodo di studio, sull’atteggiamento più opportuno che tutti, docenti e alunni, dovrebbero tenere in classe. Gli alunni di allora sono ormai altrove, ma quelli di oggi forse hanno ancora bisogno di certi suggerimenti. E dunque, riporto quell’antico scritto qui, con qualche variazione. Magari può sempre essere utile

A che cosa servono le interrogazioni? Naturalmente a verificare se gli allievi hanno studiato, se hanno capito quello che hanno studiato, se hanno conseguito un buon metodo di studio, se sono in grado di utilizzare un linguaggio adeguato alla circostanza comunicativa … Ma che cosa serve davvero per fare una buona interrogazione? Studiare a memoria qualche pagina? Leggiucchiare alla svelta il libro di testo il giorno prima della fatidica prova? Fare qualche esercizio pensando ad altro? Ma che cosa davvero vogliono gli insegnanti?

Prima considerazione.  Qualunque sia l’argomento, occorre conoscerlo per poterne parlare. Sembra una banalità, ma evidentemente non è così. Se l’interrogazione verte sulla Divina Commedia, mi pare evidente che il testo di Dante debba essere correttamente compreso. A questo serve la “parafrasi”. Non si può far dire a Dante quello che non ha detto. Le parole hanno un significato: non è corretto barare e inventare. A volte le domande sono puramente nozionistiche, riguardano definizioni, date, fatti. Ma se non si conoscono questi elementi basilari, è impossibile andare oltre, senza cadere nella banalità e nella chiacchiera fine a se stessa.

Seconda considerazione.  Per quanto mi riguarda, la prima competenza da valutare è quella linguistica. Un’ interrogazione sulla letteratura italiana non può essere condotta come se si trattasse di una discussione al bar dello sport. Esprimersi correttamente, in un registro linguistico adeguato alla situazione, è fondamentale.

Terza considerazione. Altrettanto importante è il metodo di studio. Studiare meccanicamente, senza sforzarsi di capire quello che poi si dovrà ripetere al professore, mi pare esercizio altamente inutile. Individuare parole chiave, concetti fondantisomiglianze,collegamenti e cercare di comprendere lo sviluppo dell’argomentazione (partendo da una certa premessa come si arriva a determinate conclusioni?):  sono queste le attività che vi possono davvero aiutare  (e che, fra l’altro, favoriscono la memorizzazione).

Lo studio comincia a scuola. Più di una volta vi ho esortato a prendere appunti. E’ vero che molte delle cose che dico sono presenti anche nel libro di testo: ma, naturalmente, le presento spesso in una forma diversa, frutto da un lato della mia personale riflessione, dall’altro dell’esigenza di mediare contenuti altrimenti troppo difficoltosi per voi. Senza contare che a volte aggiungo, preciso, arricchisco. Se riuscite a mantenere una soglia di attenzione adeguata, a distinguere nelle mie parole gli elementi essenziali da quelli accessori, ad individuare nella spiegazione lo schema logico che comunque cerco di seguire e ad appuntarlo sul vostro quaderno, probabilmente a casa sarete facilitati. Naturalmente l’insegnante è sempre a disposizione per i chiarimenti del caso, se qualcosa vi è sfuggito o vi pare poco chiaro. Mi sembra inoltre di non essere una che fa lezione come se dicesse il rosario e, naturalmente, ogni tanto mi fermo e vi lascio le briglie sul collo perché so che altrimenti scoppiereste. Ma è bene che vi sforziate di migliorare la vostra concentrazione. Molti di voi fanno sport: sapete benissimo che la performance sarà migliore quanto più intenso e gradualmente  più impegnativo sarà l’allenamento. Per il cervello è la medesima cosa.

Provate così. Cercate di prendere appunti in modo sistematico, non sui margini del libro o su fogli volanti destinati inevitabilmente a perdersi, ma, possibilmente su un quaderno apposito. Segnate le date delle lezioni. Se per caso avete mancato una lezione, sarà più facile recuperarla dagli appunti dei vostri compagni. Dire: “Non lo so perché non c’ero il giorno che l’ha spiegato” è una giustificazione del cavolo. Voi siete tenuti a rimanere in pari. E comunque resta valido il principio che l’insegnante è comunque disponibile a rispiegare quando ce ne sia bisogno. Basta chiedere.

Quarta considerazione. Non siate secchioni. Non studiate a pappagallo. Imparate a chiedervi, per qualunque cosa che vi venga insegnata, “perché”.  L’ alunno ideale è in grado di rapportare quello che impara a scuola ai suoi interessi e alla realtà nella quale è calato, è autonomo, è curioso, non si accontenta, sa esprimere in maniera motivata giudizi e valutazioni originali e personali. E, naturalmente, l‘alunno ideale non è un vaso vuoto da riempire: interagisce, chiede, obietta, discute. Non se ne sta per due orea bocca aperta come un pesce agonizzante sul bagnasciuga. E’ evidente che la pappardella imparata a memoria è molto al di qua di questa meta.

Che dovrei fare, secondo voi? Rassegnarmi ad obiettivi meno ambiziosi? Ma io credo nelle vostre capacità!  E forse dovreste cominciare anche voi ad avere un po’ più di fede ( e ad essere un po’ meno pigri: soprattutto mentalmente).

A parte questo, è ovvio che ognuno deve assumersi le sue responsabilità.L’insegnante deve fare del suo meglio per garantire si suoi allievi le condizioni ottimali per l’apprendimento. Ma gli allievi, se vogliono conseguire dei risultati di qualità, devono impegnarsi. Se viceversa qualcuno preferisce seguire la filosofia del massimo risultato con il minimo sforzo, sono fatti suoi. Basta non lamentarsi se poi i risultati non sono pari alle aspettative, o alle pretese..


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1 Commento

Archiviato in Didattica, Giovani, Senza Categoria

Una risposta a “Questione di metodo

  1. un post che migliora col tempo 🙂

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