Archivi del mese: Maggio 2007

La problematica attualizzazione del mito

In questo post, i lettori di Fuori di Classe troveranno il video della parte introduttiva della conferenza del dott. Andrea Taddei (Università di Pisa – Dipartimento di Filologia Classica) sulla "Medea" di Euripide, conferenza che si è tenuta il 9 marzo scorso nell’ambito del progetto "Incontri con il Classico  2007 – La trasgressione". D’accordo con il dott. Taddei, abbiamo deciso di circoscrivere la discussione su questo spazio al tema del rapporto problematico che il presente intrattiene con il mito antico e con la sua possibile attualizzazione. L’intervento del dott. Taddei prende spunto, fra l’altro, dallo spettacolo teatrale AedeMedea liberamente ispirato a Medea (Seneca), Medea (Grillparzer), Medea-black (Michel Azama), Stanza 411 (Simona Vinci) rappresentato dal gruppo teatrala FOB presso il Castello di Piombino il giorno successivo alla conferenza.

Al video segue un mio commento che, spero, possa servire da avvio al dibattito sulla questione. A breve verranno pubblicati su Fuori di Classe i video relativi alle successive conferenze.

 

 

http://video.google.com/googleplayer.swf?docId=-2592504718291197032&hl=it

 

Ho riflettuto a lungo in queste settimane su questa introduzione di Andrea Taddei alla sua bella disamina della Medea di Euripide. Se da un lato mi sembrava ineccepibile insistere sulla necessità di ricostruire con esattezza le coordinate culturali in cui un dato mito si iscrive, evitando attualizzazioni che ne snaturano, di fatto, il (presumibile) significato originario, dall’altro anch’io sentivo che qualcosa non tornava. La Medea di Euripide, è ovvio, non è la Medea di Seneca, non è quella di Grillparzer, non è quella di Pasolini, non è quella di Christa Wolf. Ma chi è, davvero, Medea? Un mito vive delle sue riscritture. Il mito antico non ha cessato di parlare quando, secondo Plutarco, fu annunciato “Il grande Pan è morto”, ma ha continuato a riprodursi metamorficamente in innumeri versioni diverse, coniugandosi variamente con le esigenze e le caratteristiche dei contesti nei quali, in un modo o nell’altro, il mondo antico ha agito come modello. D’altra parte, la Medea di Euripide continua ad essere tradotta, letta, rappresentata. Per chi? Certo per un pubblico ben diverso da quello del 431 a.C.. E con quale scopo? Perché, in un modo o nell’altro, a volte anche un po’ a caso, si continua a pescare nell’inesauribile serbatoio del passato?
 
Ho cercato una soluzione a questi dubbi, nella consapevolezza che qualsiasi tentativo di risposta sarebbe stato fatalmente condizionato dal mio mestiere di insegnante liceale e dalle domande dei ragazzi.  Perché studiare il latino o il greco? Che cosa importa, oggi,  sapere quello che scrivevano o pensavano uomini così distanti da noi nello spazio e nel tempo? Il problema, cruciale dal punto di vista metodologico, è questo: se circoscrivo il mio insegnamento al rispetto del dato filologico, sia pure corretto dai risultati dell’antropologia storica, creo inevitabilmente una distanza in apparenza incolmabile; se mi avventuro nel gioco delle interpretazioni attualizzanti, rischio di far dire ai testi quello che in realtà non dicono, finendo per sostituire a quella del passato la voce, spesso non attendibile e sicuramente più approssimativa, del presente.
 
Allora bisogna procedere sul filo del rasoio. Insistere sull’inespugnabile alterità dei testi antichi, lasciando tuttavia che questa alterità ci provochi qui e ora. Procedere in termini di confronto, critico e creativo, e non di bieco appiattimento del passato sul presente: ma nemmeno di gelosa erudizione antiquaria.
La Medea euripidea che leggiamo oggi non può essere, nonostante l’apparente identità, la stessa che vedevano rappresentata gli Ateniesi del V secolo: semplicemente perché noi non siamo loro.Ma allora perché continuiamo a trovare in quel testo, in quelle parole, in quelle immagini, spunti che sembrano rivolgersi proprio a noi? Che cosa determina la vitalità di un testo così antico? Io credo che, se è corretto cercare di ricostruire, nei limiti del possibile, il significato originario di una determinata esperienza estetica nel contesto della sua cultura di appartenenza, non sia possibile dimenticare che quella stessa esperienza ha continuato a parlare, con accenti simili ma pur sempre diversi, nel corso del tempo. Occorre restituirla alla sua storia, ovvero alla storia della sua ricezione e della sua fortuna, alla quale va attribuita una nuova centralità. Ragionare in termini di rapporto e di comparazione, insomma.
 

Mi rendo conto che in questo modo, da perfetta (quasi) profana, metto insieme, di fatto due approcci metodologici diversi: l’antropologia storica da un lato e la letteratura comparata dall’altra. Diversi ma, ovviamente, non incompatibili, casomai complementari, specialmente in una prospettiva didattica rapportata alla realtà liceale (che, naturalmente, è quella che mi interessa di più).

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Domani termina il ciclo "Incontri con il Classico" – La trasgressione

… che io ho organizzato per conto del mio Liceo. Abbiamo parlato di Medea ( 9 marzo, dott.Andrea Taddei – Università di Pisa), Aristofane (17 aprile, prof. Graziano Arrighetti, Università di Pisa), Petronio ( 27 aprile, prof. Monica Longobardi, Università di Ferrara). Concludiamo con Dante e con questa intrigante domanda, Dante ha veramente visto Dio?, alla quale cercherà di rispondere il prof. Mirko Tavoni dell’Università di Pisa. A breve metterò a disposizione in video parti delle conferenze.

Per ora, visto che siamo in dirittura d’arrivo e mi sento un po’ nostalgica, a commento dell’iniziativa che, non a caso, quest’anno era dedicata al tema della Trasgressione, eccovi questo Pasolini d’annata.

 

(Pubblicato anche su  Contaminazioni)

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