Archivi del mese: marzo 2006

Itinerari in Rete – Umberto Saba

Per un’essenziale cronologia della vita di Saba potete consultare questa pagina (sul sito della rivista on line Italia Libri)

Troverete qui (non particolarmente approfondita) un’introduzione schematica ai temi della poesia di Saba. Un buon commento a questo indirizzo (da LUIGI BALDACCI, da Umberto Saba, in Terzo programma – Quaderni trimestrali, ERI, 1962). Sul romanzo Ernesto è possibile leggere questa recensione di Romano Luperini. In generale accettabile la voce Umberto Saba su Wikipedia. Una pagina ipertestuale che rimanda attraverso i suoi link a varie risorse su Saba presenti sulla Rete è questa (da www.letteratura.it, un portale ricco di risorse anche per altri autori) Interessanti i riferimenti a Saba contenuti in questo articolo di Cristina Bragaglia su Scrittori italiani e cinema. Un’ apprezzabile introduzione generale assieme all’analisi di alcune poesie è presente sul sito di Luigi de Bellis. Una breve antologia di testi è reperibile qui.

In particolare, al fine di integrare le letture in classe su questo autore, vale la pena di affrontare i testi che riporto di seguito.

Il torrente
 
Tu così avventuroso nel mio mito,
così povero sei fra le tue sponde.
Non hai, ch’io veda, margine fiorito.
Dove ristagni scopri cose immonde.
 
Pur, se ti guardo, il cor d’ansia mi stringi,
o torrentello.
Tutto il tuo corso è quello
del mio pensiero, che tu risospingi
alle origini, a tutto il forte e il bello
che in te ammiravo; e se ripenso i grossi
fiumi, l’incontro con l’avverso mare,
quest’acqua onde tu appena i piedi arrossi
nudi a una lavandaia,
la più pericolosa e la più gaia,
con isole e cascate, ancor m’appare;
e il poggio da cui scendi è una montagna.
 
Sulla tua sponda lastricata l’erba
cresceva, e cresce nel ricordo sempre;
sempre è d’intorno a te sabato sera;
sempre ad un bimbo la sua madre austera
rammenta che quest’acqua è fuggitiva,
che non ritrova più la sua sorgente,
né la sua riva; sempre l’ancor bella
donna si attrista, e cerca la sua mano
il fanciulletto, che ascoltò uno strano
confronto tra la vita nostra e quella
della corrente.

* * *

Mio padre è stato per me l’ "assassino"

 Mio padre è stato per me l’"assassino",
      fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.
      Allora ho visto ch’egli era un bambino,
      e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.

      Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
5    un sorriso, in miseria, dolce e astuto,
      Andò sempre pel mondo pellegrino;
      più d’una donna l’ha amato e pasciuto.

      Egli era gaio e leggero; mia madre
10  tutti sentiva della vita i pesi.
      Di mano ei gli sfuggì come un pallone.

      "Non somigliare – ammoniva – a tuo padre".
      Ed io più tardi in me stesso lo intesi:
      eran due razze in antica tenzone.

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Errata
Non sai mai dove sei
Corrige
Non sei mai dove sai (1979)
 
Appunti sulla poesia di Giorgio Caproni
 
Capita ai bambini di interrogarsi sul mistero del tempo prima della loro nascita, chi mai i genitori fossero prima del loro arrivo, quando padri e madri erano ancora giovani, incerti, ingenui: un’altra vita, un passato che ci tocca nel profondo, che ci fa essere quello che si è, ma che non possiamo conoscere e inesorabilmente ci sfugge. Da lì comincia il nostro viaggio: e prima di esso altri viaggi e dopo ancora altre strade, altri paesaggi che non conosceremo, avvolti nella nebbia, la nebbia che rende incerte le cose, nasconde certi dettagli, ne rivela altri, enigmatici, ambigui.  
 
Caproni è un viaggiatore delle parole (e non a caso la sua raccolta più nota si intitola Il passaggio di Enea) Armato solo del suo amore, della sua ironia, si aggira nel labirinto: la vita di ognuno, la vita di tutti. Con leggerezza, con disincanto, senza aspettarsi mai molto, senza prendersi troppo sul serio. La semplicità quasi ostentata è il tratto comune dei suoi versi. La poetica di Caproni rifugge dalla bella parola fine a se stessa, dall’artificiosità retorica che si nutre solo della sua insincerità, dall’aristocratico snobismo dei poeti laureati di montaliana memoria. Il poeta insegue la vita, vuole che la sua poesia sia fine e popolare, come già era stata sua madre, la ragazza Annina descritta ne Il seme del piangere, una che fu viva e fu vera. Straordinario canzoniere d’amore, questo dedicato ad Anna Picchi, ispirato a quello che è stato definito una sorta di Stilnovo popolare (Ferroni). Per eseguire questo compito, non c’è bisogno di parole ardue e difficili o di musiche arcane: bastano rime chiare, usuali, in –are […] rime che non siano labili, anche se orecchiabili, rime non crepuscolari, ma verdi, elementari.(Per lei).
 
Una poesia che racconta, dunque, e che non vuole consegnarsi al pubblico come un astratto congegno letterario. Anche nelle prove più tarde, quando i versi si rarefanno sulla pagina e si trasformano in ambigui aforismi, in frammentarie sentenze, in epigrafi di indecifrabili verità, Caproni non rinuncia a questa prioritaria adesione alla vita, adesione che, per essere davvero condivisa, deve passare attraverso la tradizione letteraria (o quello che ne resta). Qualcuno ha scritto, a proposito di Caproni, che “l’identità della poesia è infatti oggi quella delle rovine”.
 
Ma non solo la poesia abita, oggi, un paesaggio desolato. Ci hanno abbandonato i valori e le certezze d’un tempo. La nostra memoria è labile. La semplice conversazione con gli altri è diventata difficile. Forse impossibile. Non siamo sicuri di noi stessi: andiamo a caccia della nostra verità ma l’oscurità ci circonda e, alla fine non sappiamo più se siamo cacciatori o prede. E Dio? Un semplice dato:/ Dio non s’è nascosto./Dio s’è suicidato.
 
Il  nichilismo, il grande tema della “morte di Dio” che abita gran parte della cultura del Novecento, ritorna prepotentemente nelle prove ultime di Caproni, antico lettore di Schopenhauer e Kierkegaard: ma ritorna senza magniloquenza, sfuggendo i toni melodrammatici nei quali è facile che possa scadere. Ritorna con una sorta di ironica perplessità, vestito di quella leggerezza che sembra essere la cifra qualificante dello stile di Caproni. Ha scritto giustamente Calvino: “il segreto che Caproni ci comunica non è l’esperienza del nulla, che è comune a tanta parte della poesia moderna; egli ci dimostra che ciò a cui il nulla si contrappone non è il tutto: è il poco”.
 
Il pessimismo di Caproni non lascia l’amaro in bocca, non è eloquente, apocalittico, tragico. Si lega alle piccole cose, ai dubbi che talvolta ci sfiorano e scacciamo infastiditi, alle ombre della normalità, a situazioni quotidiane che nella descrizione (sempre ellittica, sempre appena accennata) del poeta si caricano di ironiche allegorie. L’assenza di Dio regala un’insondabile nostalgia. Ma con Dio sembrano scomparsi anche gli uomini. Il grande vuoto che Dio si è lasciato alle spalle sembra inghiottire tutto il resto: il senso delle nostre conversazioni, l’illusione, per ciascuno, di esistere con la propria volontà, la presunzione delle nostre scelte, la pretesa di essere unici, veri, sinceri. Scomparso Dio, nemmeno l’uomo è così sicuro di non essere nient’altro che una casuale increspatura sulla superficie del gran mare del nulla, un’onda che svanisce subito, un fiato di vento che si leva, ha un fremito e immediatamente tace. O una musica.
 
Non a caso la poesia di Caproni vive entro una complessa trama di riferimenti musicali, di armonie e contrappunti: partiture musicali che mal sopportano la riduzione antologica,  composte di testi che si richiamano l’uno con l’altro, anche a distanza, venendo a comporre veri e propri libretti d’opera (si vedano per esempio le raccolte Il franco cacciatore del 1982 o Il Conte di Kevenhüller del 1986): una musica che accompagna come una misteriosa colonna sonora l’ansiosa ricerca del poeta (ricerca che poi appartiene a tutti noi): a caccia di Dio, finisce per trovare (o non trovare) se stesso … e forse la caccia è inutile o, peggio, impossibile, ma il poeta sembra dirci che ad essa non possiamo sottrarci anche se ci condurrà soltanto ai margini del nulla.
 
Poesia filosofica, certo: ma una filosofia umile che non si nasconde dietro formule roboanti o improbabili metafische, che non vuole allontanarsi dalla nostra piccola piccola quotidianità e proprio per questo appare tanto più penetrante. Racconta con semplicità dell’inatteso che si affaccia nelle nostre abitudini a mostrarci il paradosso della nostra esistenza che si risolve in una serie di interrogativi destinati rimanere senza risposta, fosse pure una risposta provvisoria.
 
Conviene concludere ascoltando le parole che lo stesso Caproni in un’ intervista del 1965 a Ferdinando Camon volle dedicare alla sua poesia:
 
L’unica “linea di svolgimento” che vedo nei miei versi è la stessa “linea della vita”: il gusto sempre crescente, negli anni, per la chiarezza e l’incisività, per la “franchezza”, e il sempre crescente orrore per i giochi puramente sintattici e concettuali, per la retorica che si maschera sotto tante specie, come il diavolo, e per l’astrazione dalla concreta realtà. Una poesia dove non si nota nemmeno un bicchiere o una stringa, m’ha sempre messo in sospetto. Non mi è mai piaciuta: non l’ho mai usata nemmeno come lettore. Non perché il bicchiere o la stringa siano importanti in sé, più del cocchio o di altri dorati oggetti: ma appunto perché sono oggetti quotidiani e nostri.

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Lo scandalo del contraddirmi

 Appunti su Pier Paolo Pasolini

(questo testo ha avuto la funzione di cornice e commento ad una lettura di poesie  di P.P. Pasolini tenuta in data odierna da Fabio Carraresi ed indirizzata ai ragazzi del mio Liceo. le letture proseguiranno il 22 marzo prossimo con versi di Giorgio Caproni.

 

L’elemento ispiratore del progetto che abbiamo organizzato è una considerazione semplice ma, nella sua apparente banalità, spesso dimenticata, in particolare dalla comune prassi scolastica: la poesia è, prima di tutto, voce, suggestione musicale, parola che si fa ritmo e ritmo che si trasforma, a sua volta, in  senso. Oltre le considerazioni critiche e le analisi del testo che trovano comunemente spazio nelle aule, occorre recuperare anche quest’aspetto, per ricostruire nella sua interezza davanti allo sguardo di quei particolari fruitori che sono gli studenti la dimensione originaria della dizione poetica).

Certo, queste brevi considerazioni non possono avere la pretesa di esaurire la complessità di un autore ancora così controverso, ambiguamente affascinante, a volte acriticamente esaltato come una sorta di “profeta”, le cui provocazioni avrebbero per tempo adombrato la inevitabile e tragica deriva consumistica della nostra civiltà borghese, a volte addirittura denigrato per l’eccesso del suo populismo, per la demagogia esplicita della sua predicazione, per l’ostentato vittimismo delle sue varie (e spiazzanti) prese di posizione pubbliche.

Possiamo solo proporre qualche isolato e incerto spunto di riflessione. A partire da quell’espressione così drammaticamente emblematica dell’esperienza pasoliniana, “lo scandalo del contraddirmi”, contenuta nelle Ceneri di Gramsci, espressione che forse può offrire una sia pur provvisoria chiave di lettura.

Alla contraddizione l’intellettuale Pasolini si è offerto per intero, rifiutando ogni forma di facile pacificazione, di razionale consolazione, di scontato perbenismo culturale. Ha ricercato, prima di tutto, la verità,  pagando per intero lo scotto conseguente alla paradossale impossibilità di questa ricerca. Noi abbiamo imparato e dunque insegniamo che non è lecito, in poesia,  sovrapporre il dato biografico al cosiddetto “io lirico”, che l’inevitabile filtro letterario (filtro o finzione?) distingue dalla concreta esistenza del poeta. Ma i versi di Pasolini entrano in flagrante contrasto con questa rassicurante impostazione: il poeta si mette in gioco per intero, espone senza ritegno l’angoscia bruciante dei suoi dubbi, non teme la conseguente e inevitabile incoerenza e la getta in faccia al lettore senza riguardo, non esitando a scompaginare le certezze acquisite, la sicumera ideologica, l’ipocrisia perbenistica che si affaccia come una sorta di incancellabile peccato originale non solo fra i borghesi moralisti anche fra le più benintenzionate vestali della rivoluzione proletaria.

La poesia diventa grido, omelia, comizio, denuncia, singhiozzo, persino slogan: la poesia si fa, volutamente, impoetica, mantenendo tuttavia (ed è così straordinariamente improbabile che ci riesca, eppure riesce) una sua grazia imprevista, una luce trepida e commossa. Questa grazia, questa luce nascono esattamente nel cuore della contraddizione pasoliniana: nello scontro fra l’utopia e la spietatezza di una realtà ottusa e indifferente, fra slancio ideale e drammatico ripiegamento pessimistico, fra quello che il poeta sente di essere e quello che vorrebbe essere. Insomma nella sua “disperata vitalità”, tanto per usare, appunto, una formula dello stesso Pasolini.

Le Ceneri di Gramsci

Nelle Ceneri di Gramsci si dispiega il contrasto insanabile fra il fascino esercitato su Pasolini dal vitalismo primitivo del sottoproletariato romano (quei ragazzi  “allegri e feroci” con la loro rozzezza brutale e al tempo stesso innocente) e la sirena dell’ideologia marxista, la tentazione progressista, l’adesione a quella lotta di classe che avrebbe dovuto emancipare il popolo da secoli di subordinazione e schiavitù: ma la liberazione può avvenire solo al prezzo della rinuncia a quel candore amorale e avventuroso che anima i giorni e le notti dei “ragazzi di vita”, a quella arcaica autenticità che ne definisce l’identità più vera. Il poeta appartiene comunque, e suo malgrado, ad un’altra razza (e non importa se egli tenta di rinnegare la sua radice, essa lo avvince irrimediabilmente: del mio paterno stato traditore/ – nel pensiero, in un’ombra di azione -/mi so ad esso attaccato nel calore/ degli istinti, dell’estetica passione): tutto, a cominciare dalla cultura, che ne definisce la militanza politica e intellettuale, lo rende estraneo a quel mondo di pulsioni violente, disperate, inconsapevoli e al tempo stesso gioiosamente vive. L’istinto si oppone alla ragione, la passione non sempre si concilia con l’ideologia.

 

E’ un brusio la vita, e questi persi

 

 

in essa, la perdono serenamente,

 

 

se il cuore ne hanno pieno: a godersi

 

 

 

 

eccoli, miseri, la sera: e potente

 

 

in essi, inermi, per essi, il mito

 

 

rinasce…Ma io, con il cuore cosciente

 

 

 

 

di chi soltanto nella storia ha vita,

 

 

potrò mai con più pura passione operare,

 

 

se so che la nostra storia è finita?

 

 

 

testi di riferimento: Il pianto della scavatrice

La Religione del mio Tempo

 

Ma i tempi stavano cambiando. L’omologazione consumistica avanzava rapidamente. L’intatta vitalità del popolo si pietrificava nel conformismo dilagante. Il sogno della rivoluzione, l’utopica speranza in una possibile redenzione sociale si sgretolavano davanti all’inesorabile avanzata dei miti piccolo-borghesi del benessere, dell’ipocrita egoismo individualistico che rende tutti uguali, tutti parimenti “massa” indifferenziata, amorfa, priva di storia e tradizione.

Altre mode, altri idoli, /la massa, non il popolo, ma massa/ decisa a farsi corrompere /al mondo ora si affaccia, /e lo trasforma, a ogni schermo,/a ogni video / si abbevera, orda pura che irrompe,/ con pura avidità, informe / desiderio di partecipare alla festa. /E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.(Il Glicine)

“La Religione del mio tempo esprime la crisi degli anni Sessanta … La sirena neo-capitalistica da una parte, la desistenza rivoluzionaria dall’altra: e il vuoto, il terribile vuoto esistenziale che ne consegue”. Così lo stesso Pasolini. In mezzo sta il poeta con la sua tragica fede delusa: “l’ideologia di uno scrittore – scrive in risposta alla critica del marxista Carlo Salinari – è la sua ideologia politica – condivisa, come fatto logico e morale, da tutti coloro che la pensano come lui – ma calata in una coscienza in cui si dà il massimo del particolarismo individualistico, con tutte le sue sopravvivenze e contraddizioni storiche e concrete. La verifica di quello che succede in questo urto, in questa fusione, è la vera e propria ideologia di uno scrittore; quello che egli esprime poeticamente, va riportato a tale sua specifica ideologia; e non è quella, razionale e oggettiva che egli professa come cittadino”.

 

testi di riferimento: A un Papa, Serata romana, Alla mia nazione

 

Poesia in Forma di Rosa

 

Io sono una forza del passato

 

 

Solo nella tradizione è il mio amore

 

 

Vengo dai ruderi, dalle chiese,

 

 

Dalle pale d’altare, dai borghi

 

 

Abbandonati sugli Appennini e le Prealpi,

 

 

dove sono vissuti i fratelli.

 

 

Giro per la Tuscolana come un pazzo,

 

 

per l’Appia come un cane senza padrone.

 

 

O guardo i crepuscoli, le mattine

 

 

Su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,

 

 

come i primi atti del Dopostoria.

 

 

 

 

Poesia in forma di rosa è il grido disperato di un uomo che sente ormai incolmabile il baratro fra sé e un mondo crudelmente estraneo, una profezia che echeggia nel deserto della Nuova Presitoria, la denuncia di un novello Socrate destinato a bere la cicuta dallo Stato piccolo – borghese (Pietro II)

Vittimismo apocalittico ostentatamente provocatorio? Certo, in questi versi convulsi, oratori, esasperati si avverte anche uno sconcertante, e scandaloso, esibizionismo. Il poeta getta sulla pagina la sua immedicabile sofferenza, quasi pretendendo che il lettore, se vuole essere onesto come lui stesso vuole essere, se ne faccia carico. Ma appare quasi eroica e folle l’ostinata volontà di proclamarsi contro, di non concedere spazio nemmeno ad un provvisorio adattamento, di martirizzarsi in un isolamento che assume il valore di una rivolta tanto più indispensabile quanto più consapevolmente votata allo scacco e alla sconfitta. “La morte non è nel non poter comunicare. ma nel non poter più essere compresi” scrive emblematicamente Pasolini in Una disperata vitalità.

Merita di essere ricordata a questo punto quel che Pasolini scriveva, dieci anni dopo, indirizzandosi al lettore nuovo nella prefazione all’antologia di Garzanti che conteneva passi delle Ceneri, della Religione, di Poesia in forma di rosa:

Ciò che in esso mi colpisce – come se me ne fossi estraniato, ma non è vero – è un diffuso senso di scoraggiante infelicità: un’infelicità facente parte della lingua stessa. Questo senso (quasi un diritto) di essere infelice, è talmente predominante, che la stessa felicità sensuale /di cui del resto il libro è pieno ma come con colpa) ne è offuscata; e così l’idealismo civile. Ciò che mi colpisce ancora, rileggendo questi versi, è rendermi conto di quanto fosse ingenua l’espansività con cui li scrivevo: proprio come se scrivessi per chi non potesse volermi che un gran bene. Adesso capisco perché sono stato tanto sospetto e odiato

 

Testi di riferimento: Supplica a mia madre, Frammento epistolare (al ragazzo Codignola), Alba meridionale, la ballata delle madri

 Il teatro di Parola e Affabulazione

Alla morte della poesia, uccisa dal livellamento neocapitalistico e consumistico, Pasolini reagisce trasportando la lotta nel cuore di quel tempio della cultura borghese che è, tradizionalmente, il teatro E il teatro viene inteso da Pasolini, provocatoriamente, come comizio: teatro, appunto, di parola, secondo la sua definizione. Scrive Pasolini su “Nuovi Argomenti” (1968)

Il teatro di Parola è un teatro completamente nuovo, perché si rivolge ad un tipo nuovo di pubblico, scavalcando del tutto e per sempre il pubblico borghese tradizionale. La sua novità consiste nell’essere, appunto, di parola: nell’opporsi cioè, ai due teatri tipici della borghesia, il teatro della Chiacchiera o il teatro del Gesto o dell’Urlo, che sono ricondotti a una sostanziale unità (che il primo diverte, il secondo scandalizza), b) dal comune odio per la parola (ipocrita il primo, irrazionalistico il secondo).  […] Il teatro di Parola è popolare, non in quanto si rivolge direttamente o retoricamente, alla classe lavoratrice, ma in quanto vi si rivolge indirettamente e realisticamente attraverso gli intellettuali borghesi avanzati che sono il suo solo pubblico. Il teatro di Parola non ha alcun interesse spettacolare, mondano, ecc.: il suo promo interesse è l’interesse culturale, comune all’autore, agli autori e agli spettatori: che, dunque, quando si radunano, compiono un “rito culturale”.

Solo così, scrivendo in versi, per un pubblico d’élite, Pasolini pensa di poter recuperare e proseguire, in altro modo, l’opera di opposizione alla (falsa) cultura di massa, opposizione iniziata con le raccolte poetiche: abbandonato il riferimento gramsciano al popolo, un popolo che non esiste più, ormai completamente inghiottito dalla “massa”, viene meno anche l’utilizzo (sia nell’attività cinematografica che in quella letteraria) del registro epico – lirico o nazional – popolare. Resta la possibilità della “parabola” che ambisce a trasformarsi in una nuova mitologia, o meglio, in una mitologia rovesciata e deformata rispetto al modello classico. Lo scopo è quello di dar conto della nuova guerra (non più di classe ma di generazioni, fra i padri e i figli) che si combatte all’interno della famiglia borghese. Affabulazione narra, in maniera scandalosamente provocatoria, questo contrasto e non solo: finisce per toccare (come, del resto, Teorema) la questione cruciale del rapporto con il sacro. Per Pasolini la borghesia è congenitamente incapace di autentica religiosità: essa tende a trasformare ogni esperienza religiosa in dettame morale. “Il moralismo – si chiede Pasolini – è la religione (quando c’è) della borghesia? Il borghese ha sostituito l’anima con la coscienza?” La religione come scandalo fa semplicemente saltare il precario equilibrio che tiene in piedi l’ipocrita  farsa dei legami familiari. La ragione (borghese), come ammonisce l’ombra di Sofocle, può forse risolvere enigmi ma è impotente di fronte al mistero. Uccidendo il figlio, il padre di Affabulazione tenta di violarne il mistero, che poi è il mistero di un futuro imprevedibile e sconcertante: ma il gesto estremo non risolve nulla, la perplessità domina la conclusione, lo scacco è inevitabile.

 

Il futuro imprevedibile che mi ha armato la mano

 

 

è proprio questo, del decennio che viviamo.

 

 

Esso ha fatto decadere il passato,

 

 

e, prematuramente, domina gli uomini.

 

 

Gli uomini lo vivono con inconsapevolezza

 

 

Sentendolo in realtà come morte

 

 

Di valori passati che come nascita di nuovi.

 

 

Ciò li umilia e li fa regredire

 

 

A empietà infantile.

 

 

E’ questo che in realtà mi ha reso assassino

 

 

Di un figlio abulico, anacronisticamente

 

 

Innocente (a meno che non si tratti

 

 

Di un’innocenza umanamente nuova).

testi di riferimento: Padre nostro che sei nei cieli …

 

 

Conclusioni

“A dieci anni dalla sua morte, Pasolini è diventato un passaggio obbligato dell’immaginazione culturale italiana. Da alcuni viene considerato lo scrittore più importante, in Italia, degli ultimi tre o quattro decenni […] Nel linguaggio giornalistico le metafore con cui Pasolini sosteneva la sua requisitoria contro la classe politica e contro lo sviluppo sono diventate proverbiali: il Palazzo del Potere, la Scomparsa delle Lucciole, il Processo alla Democrazia cristiana. Metafore svuotate dall’abuso che, insieme all’omaggio e al riconoscimento postumo, hanno permesso anche un rapido esorcismo. Così l’incubo (quel vero e proprio incubo che era il Pasolini polemista) si è trasformato in un mito facilmente consumabile. E nell’oggetto di un culto ipocrita, doveroso, retorico. In realtà, basta rileggere qualcuno dei suoi ultimi articoli per capire che Pasolini non meritava di essere avvolto dopo la sua morte nell’ufficialità contrita che circonda il suo nome”. Erano gli anni Ottanta quando Alfonso Berardinelli scriveva queste parole. Esse appaiono tanto più vere oggi, dopo le innumeri celebrazioni che hanno circondato il nome di Pasolini  nel trentennale della morte

C’e’ da chiedersi fino a che punto i ferventi adepti di quello che da Enzo Golino è stato definito il “Premiato Pasolinificio Spa” condividano davvero gli assunti del pensiero pasoliniano: dalla condanna dell’aborto (in odio alla “liberazione sessuale” che mercificherebbe e banalizzerebbe la sacralità del sesso) all’esaltazione dell’innocenza primigena del sottoproletariato stracciato e pittoresco,  dall’ odio razzista nei confronti della borghesia, disprezzata a prescindere da ogni sua buona intenzione, alla paradossale proposta di abolire la scuola dell’obbligo ( vista non come mezzo di emancipazione culturale ma perfido strumento di omologazione), dal rimpianto per un passato arcaico rivisitato in chiave astrattamente idillica, all’esaltazione delirante della Russia di Brežnev come il luogo dove non esisterebbe più la “differenza di classe” grazie alla lotta eroica del popolo che si sarebbe conquistato, senza bisogno di regali da parte di nessuno,  la libertà (?).

Si è sentito spesso ripetere: “ Cosa direbbe Pasolini della nostra situazione se fosse ancora vivo?” E ognuno lo tira dalla sua parte, ognuno si crea il suo particolare “mito” pasoliniano che spesso si basa su una ricezione solo parziale e lacunosa del complesso della sua opera: di volta in volta si legge solo quello che fa comodo.

 

Che cosa resta, oggi, di Pasolini? Forse la sua lezione più grande non consiste tanto nel contenuto del suo pensiero, spesso paradossale e francamente irricevibile, quanto nell’atteggiamento che egli seppe rivestire nel corso degli anni: il suo coraggio intellettuale, la volontà di essere sempre autentico, la sua onestà,  la fuga dai tatticismi ipocriti, dai compromessi, dalle convenzioni, dagli accomodamenti utilitaristici. Pasolini non temeva la contraddizione: anzi la esibiva scandalosamente, ne faceva emblema autentico del suo lavoro, la gettava sulla scena senza paura di esibire la traumatica sofferenza del dubbio. La cultura non era una recita da mestierante, l’impegno non era atteggiamento, il gesto polemico non era mai astrattamente fine a se stesso, vita e parole si intrecciavano inestricabilmente in un abbraccio mortale. In questa ricerca esasperata  di verità, in questa incapacità di negarsi, in questo rifiuto di ogni prudenza e pudore risiede forse l’autentica eredità pasoliniana, quella che ancora oggi sconcerta e rende addirittura risibili gli omaggi postumi di chi, pur celebrandolo, finisce per sterilizzare, in un culto esteriore e tutto sommato superficiale, l’insostenibile gesto di rivolta del poeta.

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