Archivi del mese: febbraio 2004

PredicozzoDa qualc…

Predicozzo


Da qualche tempo, cari ragazzi di terza, la nostra convivenza scolastica e’ scandita da scontri periodici. Niente di drammatico, intendiamoci, niente che non rientri immediatamente grazie a un sorriso, una battuta o una pacca sulle spalle. E tuttavia questi piccoli screzi mi infastidiscono non poco perche’ nascono, a mio avviso, da un modo non corretto che alcuni di voi hanno di intendere il lavoro in classe. Ragioniamo.


In primo luogo c’e’ chi “fisicamente” non regge una spiegazione per piu’ di un quarto d’ora. Passato questo lasso di tempo, piuttosto esiguo per la verita’, anche a tener conto della curva dell’attenzione, comincia ad agitarsi, a distrarsi, a stuzzicare il compagno di banco e, nel migliore dei casi, mi fissa in silenzio, mentre spiego, con sguardo vuoto ed espressione assente. A inizio anno scolastico vi avevo invitato, per iscritto, a procurarvi quaderno per prendere appunti durante le spiegazioni. L’elementare dovere di appuntarvi i punti essenziali di una lezione viene da molti di voi semplicemente ignorato, mentre altri si limitano a scribacchiare qualcosa a margine dei libri di testo. Cosi’ non va, non va e infatti i risultati delle ultime interrogazioni risentono della mancanza di concentrazione e di metodo che sopra segnalo.


Quando la lezione si fa piu’ distesa e si toccano questioni di ordine generale che non riguardano direttamente gli argomenti in programma, oppure rispondo alle richieste di chiarimento o di approfondimento di qualcuno, molti interpretano queste situazioni come pure e semplici pause ricreative e si abbandonano ad atteggiamenti degni piuttosto di un asilo che di una classe liceale. Non parliamo poi di quello che accade durante le interrogazioni. (e qui dimostrate scarso rispetto anche per i vostri compagni sotto torchio). Come dire: “per comportarci in modo educato abbiamo bisogno solo e semplicemente del terrore; cara prof. si metta in mente che non ce ne frega assolutamente niente del vero motivo per cui siamo qui, che vogliamo semplicemente strappare una risicata sufficienza alla fine dell’anno, possibilmente impegnando la nostra mente il meno possibile”.


Sapete benissimo che mi piace scherzare e non amo che nelle mie classi ci sia un’atmosfera opprimente. Cio’ non toglie che vada ben distinto, da me come da voi, il momento, come dire, della “socializzazione” da quello in cui si lavora sui testi. Sono consapevole che avete sedici anni e non si puo’ pretendere che la vostra naturale esuberanza venga repressa piu’ di tanto. D’altra parte sarei capacissima di vestire i panni della prof arcigna, se e’ questo che alcuni di voi (non tutti, per fortuna) vogliono, ma per ora aspetto . E tuttavia sono obbligata a ricordarvi almeno le regole della buona educazione che vanno comunque rispettate e a invitarvi a trovare una motivazione vera per quello che state facendo a scuola.


Il punto e’ che siete abituati ad un modello di apprendimento che vi vuole passivi recipienti di contenuti e nozioni e che, finora, vi ha offerto poche occasioni di dicussione e partecipazione personale alla costruzione della vostra cultura. Se si esce dallo schema canonico spiegazione – interrogazione/compito – voto automaticamente pensate che la situazione sia poco seria e non meriti attenzione o impegno. Lasciate che vi dica che le cose non stanno proprio cosi’, che alla fine rientreranno nella mia valutazione complessiva anche la vostra partecipazione e la vostra motivazione. Senza contare che studiare a pappagallo quattro paginette del libro di testo non vi consentira’ di raggiungere la capacita’ di collegamento, di critica personale, di sintesi originale che io giudico essenziali per ottenere buoni risultati nelle mie materie.


Detto questo, ognuno di voi e’ libero di comportarsi come meglio crede. Se a qualcuno l’italiano e il latino proprio non vanno giu’, pazienza: basta che sappia prendersi, quando verra’ il momento, le proprie responsabilita’. E che comunque non faccia pesare il proprio disinteresse sulla qualita’ del lavoro che svolgiamo in classe.

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PredicozzoDa qualc…

Predicozzo


Da qualche tempo, cari ragazzi di terza, la nostra convivenza scolastica e’ scandita da scontri periodici. Niente di drammatico, intendiamoci, niente che non rientri immediatamente grazie a un sorriso, una battuta o una pacca sulle spalle. E tuttavia questi piccoli screzi mi infastidiscono non poco perche’ nascono, a mio avviso, da un modo non corretto che alcuni di voi hanno di intendere il lavoro in classe. Ragioniamo.


In primo luogo c’e’ chi “fisicamente” non regge una spiegazione per piu’ di un quarto d’ora. Passato questo lasso di tempo, piuttosto esiguo per la verita’, anche a tener conto della curva dell’attenzione, comincia ad agitarsi, a distrarsi, a stuzzicare il compagno di banco e, nel migliore dei casi, mi fissa in silenzio, mentre spiego, con sguardo vuoto ed espressione assente. A inizio anno scolastico vi avevo invitato, per iscritto, a procurarvi quaderno per prendere appunti durante le spiegazioni. L’elementare dovere di appuntarvi i punti essenziali di una lezione viene da molti di voi semplicemente ignorato, mentre altri si limitano a scribacchiare qualcosa a margine dei libri di testo. Cosi’ non va, non va e infatti i risultati delle ultime interrogazioni risentono della mancanza di concentrazione e di metodo che sopra segnalo.


Quando la lezione si fa piu’ distesa e si toccano questioni di ordine generale che non riguardano direttamente gli argomenti in programma, oppure rispondo alle richieste di chiarimento o di approfondimento di qualcuno, molti interpretano queste situazioni come pure e semplici pause ricreative e si abbandonano ad atteggiamenti degni piuttosto di un asilo che di una classe liceale. Non parliamo poi di quello che accade durante le interrogazioni. (e qui dimostrate scarso rispetto anche per i vostri compagni sotto torchio). Come dire: “per comportarci in modo educato abbiamo bisogno solo e semplicemente del terrore; cara prof. si metta in mente che non ce ne frega assolutamente niente del vero motivo per cui siamo qui, che vogliamo semplicemente strappare una risicata sufficienza alla fine dell’anno, possibilmente impegnando la nostra mente il meno possibile”.


Sapete benissimo che mi piace scherzare e non amo che nelle mie classi ci sia un’atmosfera opprimente. Cio’ non toglie che vada ben distinto, da me come da voi, il momento, come dire, della “socializzazione” da quello in cui si lavora sui testi. Sono consapevole che avete sedici anni e non si puo’ pretendere che la vostra naturale esuberanza venga repressa piu’ di tanto. D’altra parte sarei capacissima di vestire i panni della prof arcigna, se e’ questo che alcuni di voi (non tutti, per fortuna) vogliono, ma per ora aspetto . E tuttavia sono obbligata a ricordarvi almeno le regole della buona educazione che vanno comunque rispettate e a invitarvi a trovare una motivazione vera per quello che state facendo a scuola.


Il punto e’ che siete abituati ad un modello di apprendimento che vi vuole passivi recipienti di contenuti e nozioni e che, finora, vi ha offerto poche occasioni di dicussione e partecipazione personale alla costruzione della vostra cultura. Se si esce dallo schema canonico spiegazione – interrogazione/compito – voto automaticamente pensate che la situazione sia poco seria e non meriti attenzione o impegno. Lasciate che vi dica che le cose non stanno proprio cosi’, che alla fine rientreranno nella mia valutazione complessiva anche la vostra partecipazione e la vostra motivazione. Senza contare che studiare a pappagallo quattro paginette del libro di testo non vi consentira’ di raggiungere la capacita’ di collegamento, di critica personale, di sintesi originale che io giudico essenziali per ottenere buoni risultati nelle mie materie.


Detto questo, ognuno di voi e’ libero di comportarsi come meglio crede. Se a qualcuno l’italiano e il latino proprio non vanno giu’, pazienza: basta che sappia prendersi, quando verra’ il momento, le proprie responsabilita’. E che comunque non faccia pesare il proprio disinteresse sulla qualita’ del lavoro che svolgiamo in classe.

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Roman Law for Dummie…

Roman Law for Dummies – 2a puntata


La legge delle XII Tavole, la ‘bibbia’ del diritto privato romano, un testo scarno e incisivo come le tavole della legge mosaiche, risalente a metà del V secolo a.C., conteneva – fra l’altro – una serie di norme relative a ipotesi in cui taluno arrecasse offesa ad un altro. Se un tale avesse rotto un braccio a un concittadino, o lo avesse preso a calci in pubblico, le XII Tavole stabilivano l’entità del risarcimento da versare al danneggiato. Per i casi cosiddetti di iniuria semplice (un pugno di modesta entità, uno schiaffo che lasciasse solo il segno delle cinque dita per qualche ora …), l’entità del risarcimento era fissata a 25 assi (unità monetale dell’epoca, poi destinata ad esser sostituita da denario e sesterzio). V’era un piccolo problema. L’ammontare della pena, della somma intesa a titolo di risarcimento, era fisso. Vale a dire: quella somma (di 25 assi) che a metà del V secolo corrispondeva (che so?) a moderni 1000 Euro, passati due secoli (e i romani non erano soliti abrogare norme, nel loro ordinamento, né conoscevano adeguamenti Istat …) si era svalutata sino a rispondere ad attuali 50 centesimi. Morale? Ce ne parla Aulo Gellio, un curioso e antiquario di età adrianea (nelle sue Noctes Atticae, un’opera eclettica, vero campionario di aneddoti relativi a lingua, storia, diritto, medicina e quant’altro – 20.1.13). Un tale buontempone, tal Lucio Verazio (che taluno vorrebbe addirittura di rango equestre, ossia appartenente alla ‘Roma bene’ della fine della repubblica), si ‘tolse lo sfizio’: passeggiando per le vie di Roma, “palma verberabat”, schiaffeggiava (senza eccessiva violenza, solo ‘per sfregio’) i passanti di turno. Era accompagnato da uno schiavetto che immediatamente versava al malcapitato i 25 assi, i 50 centesimi di Euro (a titolo di ‘conciliazione extragiudiziale’ … un po’ come il CID). E così passava oltre, a sbeffeggiare il successivo. Il caso è limite. E il diritto – a Roma, ma non solo – progredisce nel momento in cui un caso-limite mostra (appunto) i limiti dell’applicazione senza eccezioni di una regola. L’ordinamento romano si attrezzò: e si introdusse un’azione, volta al risarcimento per i casi di iniuria semplice (quindi anche quelli di ‘buffetto da spregio’ à la Verazio), che consentisse al danneggiato di vedersi risarcire il danno effettivamente subito. Capirete che, se ad essere schiaffeggiato fosse stato Pompeo, Cesare o Marco Antonio (e va bene, anche Antonio Hybrida!), il risarcimento cui avrebbe avuto diritto sarebbe stato differente da quello che avrebbe potuto pretendere un pincopallo qualunque … il rimedio che ne risultò, la c.d. actio iniuriarum aestimatoria, fu in grado di scoraggiare altre bravate in stile Verazio (e di far progredire il diritto privato romano nel suo insieme). So che ho tralasciato alcuni aspetti, il tentativo era di raggiungere il più alto livello di chiarezza possibile. Se restano dubbi, avete lo spazio ‘commenti’ qua sotto.

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