Archivi del mese: dicembre 2003

Seneca (4) L’ideali…

Seneca (4)


L’idealizzazione della figura del saggio era corrente nelle scuole filosofiche antiche. Del resto, sembra proprio che la filosofia fosse in genere considerata, piu’ che un’attivita’ del pensiero, un modo di vita. Tuttavia sembra che lo stoicismo fosse meno incline rispetto ad altre scuole filosofiche (sicuramente meno di quanto fosse  l’Epicureismo!) a questa idealizzazione del maestro. A detta di Quintiliano, se si chiedeva agli stoici se Zenone, Cleante o Crisippo stesso erano dei saggi, rispondevano “che erano grandi uomini, in verita’, meritevoli di rispetto, ma che non avevano raggiunto la perfesione insita nella natura umana”. Insomma il saggio stoico e’, sin dall’inizio, un mito, un’idealizzazione, un’astrazione dell’umanita’ reale. In parte Seneca condivide questo punto di vista, almeno per quanto lo riguarda direttamente: non si erge a modello (del resto, come avrebbe potuto?) ma si propone ai suoi destinatari piuttosto come un compagno di viaggio. E non esita a mettere in discussione i suoi stessi maestri.


Eppure, per Seneca, il “saggio stoico” e’ concretamente esistito e questa sua realta’ storica garantisce che esso potra’ esistere anche in futuro. La figura di riferimento e’ quella di Catone l’Uticense, non un filosofo professionista, un uomo di scuola, ma un senatore romano. la ragione ce la dice lui stesso: la descrizione del saggio non e’ meno utile dei precetti morali, “Proponiamo esempi lodevoli, troveremo un imitatore”. E il modello sara’ tanto piu’ efficace quanto piu’ sara’ vicino. La figura di Socrate e’ troppo lontana, non meno esotica dei personaggi della palliata. Il “secolo d’oro” della Repubblica e’ ben altrimenti vivo. Sulla piazza che circonda il tempio di Marte vendicatore, sul Foro d’Augusto, si ergono le statue di tutti gli uomini che hanno dato a Roma non solo il suo impero, ma la sua anima. Gli imperatores, i legislatori, i grandi cittadini, che Virgilio ricorda nel VI libro dell’Eneide, continuano a vivere nella memoria. Al saggio stoico, Seneca ha aggiunto una nuova dimensione: quella della grandezza storica.


Catone incarna tutte le virtu’ stoiche: la chiaroveggenza (prudentia), elevandosi contro tutte le tirannie, respingendo entrambi i corni del dilemma – Cesare o Pompeo – nel quale si lasciano irretire gli altri senatori; il coraggio (fortitudo), conservando la calma in mezzo allo sconvolgimento generale;  la giustizia (iustitia), quando reclama per Roma cio’ che le appartiene – la liberta’ – e rifiuta di lasciarla confiscare da uno solo, o da una fazione; il senso delle convenienze (decor) infine, che e’ una versione paneziana e ciceroniana della temperantia, quando esorta lo Stato a non cedere vergognosamente alle circostanze, ma a lottare, sia pure senza speranza, per la liberta’.


In Catone, Seneca non ammira solamente l’estrema tensione drammatica che fa di lui il simbolo dell’anima romana, ma la pratica quotidiana delle virtu’ fondamentali dello stoico: il dominio di se’, l’assenza di collera, la resistenza alla sete e alla fatica, l’affabilita’ verso gli altri, il desiderio di servire il prossimo, infine l’umanita’, in cui si univano l’attivita’ e il riposo. […] E’ evidente che Seneca, mettendo in pratica i propri precetti (“Scegli un uomo di cui approvi la vita, le parole, e il volto stesso, specchio dell’anima…”), collega la sua meditazione alla persona di Catone. Si sforza, con successo, di ritrovare in lui i grandi ritmi del pensiero del saggio, imitazione di Dio, che conduce al Bene supremo. La serenita’ dimostrata da Catone davanti agli sconvolgimenti dello stato romano, e quando gli fu rifiutata la pretura, sono testimoni della sua profonda sottomissione all’ordine del mondo; catone accetta la legge universale del cambiamento, anche se si volge contro di lui. La fine della repubblica e’ solo un caso particolare di questo divenire delle cose; lo Sato romano, come una citta’ qualsiasi, e’ un essere che nasce, vive e muore – un esempio, non particolarmente privilegiato, di quegli innumerevoli esseri che compongono il mondo. (Pierre Grimal, op. cit., con tagli e integrazioni).


Percorsi senecani (confronti con Leopardi, Heidegger, Husserl, il pensiero orientale)

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Seneca (4) L’ideali…

Seneca (4)


L’idealizzazione della figura del saggio era corrente nelle scuole filosofiche antiche. Del resto, sembra proprio che la filosofia fosse in genere considerata, piu’ che un’attivita’ del pensiero, un modo di vita. Tuttavia sembra che lo stoicismo fosse meno incline rispetto ad altre scuole filosofiche (sicuramente meno di quanto fosse  l’Epicureismo!) a questa idealizzazione del maestro. A detta di Quintiliano, se si chiedeva agli stoici se Zenone, Cleante o Crisippo stesso erano dei saggi, rispondevano “che erano grandi uomini, in verita’, meritevoli di rispetto, ma che non avevano raggiunto la perfesione insita nella natura umana”. Insomma il saggio stoico e’, sin dall’inizio, un mito, un’idealizzazione, un’astrazione dell’umanita’ reale. In parte Seneca condivide questo punto di vista, almeno per quanto lo riguarda direttamente: non si erge a modello (del resto, come avrebbe potuto?) ma si propone ai suoi destinatari piuttosto come un compagno di viaggio. E non esita a mettere in discussione i suoi stessi maestri.


Eppure, per Seneca, il “saggio stoico” e’ concretamente esistito e questa sua realta’ storica garantisce che esso potra’ esistere anche in futuro. La figura di riferimento e’ quella di Catone l’Uticense, non un filosofo professionista, un uomo di scuola, ma un senatore romano. la ragione ce la dice lui stesso: la descrizione del saggio non e’ meno utile dei precetti morali, “Proponiamo esempi lodevoli, troveremo un imitatore”. E il modello sara’ tanto piu’ efficace quanto piu’ sara’ vicino. La figura di Socrate e’ troppo lontana, non meno esotica dei personaggi della palliata. Il “secolo d’oro” della Repubblica e’ ben altrimenti vivo. Sulla piazza che circonda il tempio di Marte vendicatore, sul Foro d’Augusto, si ergono le statue di tutti gli uomini che hanno dato a Roma non solo il suo impero, ma la sua anima. Gli imperatores, i legislatori, i grandi cittadini, che Virgilio ricorda nel VI libro dell’Eneide, continuano a vivere nella memoria. Al saggio stoico, Seneca ha aggiunto una nuova dimensione: quella della grandezza storica.


Catone incarna tutte le virtu’ stoiche: la chiaroveggenza (prudentia), elevandosi contro tutte le tirannie, respingendo entrambi i corni del dilemma – Cesare o Pompeo – nel quale si lasciano irretire gli altri senatori; il coraggio (fortitudo), conservando la calma in mezzo allo sconvolgimento generale;  la giustizia (iustitia), quando reclama per Roma cio’ che le appartiene – la liberta’ – e rifiuta di lasciarla confiscare da uno solo, o da una fazione; il senso delle convenienze (decor) infine, che e’ una versione paneziana e ciceroniana della temperantia, quando esorta lo Stato a non cedere vergognosamente alle circostanze, ma a lottare, sia pure senza speranza, per la liberta’.


In Catone, Seneca non ammira solamente l’estrema tensione drammatica che fa di lui il simbolo dell’anima romana, ma la pratica quotidiana delle virtu’ fondamentali dello stoico: il dominio di se’, l’assenza di collera, la resistenza alla sete e alla fatica, l’affabilita’ verso gli altri, il desiderio di servire il prossimo, infine l’umanita’, in cui si univano l’attivita’ e il riposo. […] E’ evidente che Seneca, mettendo in pratica i propri precetti (“Scegli un uomo di cui approvi la vita, le parole, e il volto stesso, specchio dell’anima…”), collega la sua meditazione alla persona di Catone. Si sforza, con successo, di ritrovare in lui i grandi ritmi del pensiero del saggio, imitazione di Dio, che conduce al Bene supremo. La serenita’ dimostrata da Catone davanti agli sconvolgimenti dello stato romano, e quando gli fu rifiutata la pretura, sono testimoni della sua profonda sottomissione all’ordine del mondo; catone accetta la legge universale del cambiamento, anche se si volge contro di lui. La fine della repubblica e’ solo un caso particolare di questo divenire delle cose; lo Sato romano, come una citta’ qualsiasi, e’ un essere che nasce, vive e muore – un esempio, non particolarmente privilegiato, di quegli innumerevoli esseri che compongono il mondo. (Pierre Grimal, op. cit., con tagli e integrazioni).


Percorsi senecani (confronti con Leopardi, Heidegger, Husserl, il pensiero orientale)

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Seneca (3) Il comme…

Seneca (3)


Il commento che segue fa riferimento soprattutto a due testi, ambedue presenti nella nostra Biblioteca di Istituto: Giuseppe Cambiano, I testi filosofici in Lo Spazio Letterario di Roma Antica, vol 1 , La produzione del testo, Salerno Editrice 1993 pp.265 – 271; Pierre Grimal, Seneca, tr. it. Milano, Garzanti, 1992, pp. 253 – 255. Naturalmente cerco di essere abbastanza precisa nei riferimenti bibliografici per abituarvi ad un metodo corretto nella citazione delle fonti, soprattutto ora che vi apprestate a lavorare per le vostre tesine e i vostri percorsi in previsione dell’Esame di Stato.


Avete notato come suoni anacronistico, oggi, parlare di saggezza? Eppure noi stiamo lavorando appunto a questo: l’immagine del saggio nella letteratura latina. E, come sempre, dobbiamo (devo) giustificare questo interesse: la saggezza stoica, la saggezza epicurea che cosa possono suggerirci, oggi? Hanno ancora qualcosa da insegnarci?


La prima giustificazione e’ di ordine storico. Stoicismo ed epicureismo hanno continuato ad agire, come suggestioni potenti, durante tutto l’arco della cultura umanistica occidentale, praticamente fino ad oggi. E tuttavia, dal momento che il legame con la storia e le tradizioni passate, attualmente, e’ sempre meno saldo, occorre anche proporre una giustificazione, per cosi’ dire, “attualizzante”: che cosa puo’ dirci un autore come Seneca, vissuto duemila anni fa, su di noi e sul nostro presente? Intanto vi propongo questa prima risposta: ” Senza dubbio alcuni capisaldi della saggezza senecana – quali il primato dell’individuo, l’indivisibilita’ dell’io e l’irreversibilita’ del tempo – freccia – debbono oggi fare i conti con i nuovi e molteplici mondi rivelati dalla psicoanalisi e dalla fisica dopo Einstein: per cui il tempo e’ percepito non piu’ come assoluto e roccioso chrònos ma come relativo e individuale kairòs. Eppure noi oggi […] troppe volte vulnerati dai progetti e dalle proiezioni della speranza e della paura, siamo nelle condizioni storiche e anche psicologiche favorevoli per comprendere e fare nostro questo imperioso invito senecano a vivere il presente”. (I. Dionigi, I diversi volti di Seneca, in Seneca nella coscienza dell’ Europa, Milano, Mondadori, 1999. Il testo intero di questo breve saggio lo potete trovare qui: leggetelo attentamente. Per leggerlo avrete bisogno di Acrobat Reader che potrete scaricare da qui)


Prima di tutto Seneca e’ si’ filosofo stoico, ma profondamente antidogmatico. Il suo antidogmatismo si riflette anche nello stile, decisamente anticlassico, teso, nervoso, a volte caratterizzato dalla concisione e dalla tendenza all’ellissi, intensamente metaforico (quasi procedesse per brevi scatti di illuminazione), a volte complesso, barocco, ricco di effetti retoricamente persuasivi ( Traina riconosce in Seneca la compresenza, ricca di conseguenze non solo espressive, ma anche e soprattutto esistenziali, del linguaggio dell’ interiorita’ e del linguaggio della predicazione). Seneca non ama l’ erudizione filosofica. Non cerca una filosofia che si compiaccia di se stessa, che vada in cerca dell’applauso, che si abbandoni a ragionamenti capziosi e a pure parole, ridotta a filologia e a sterile rispecchiamento di se’. Per Seneca la filosofia non e’ in verbis, ma in rebus. Partendo da queste premesse, Seneca non esita a criticare persino quelle parti della filosofia stoica che gli sembravano macchiarsi proprio di questi peccati, come, ad esempio, la dialettica “che ai suoi occhi appariva sovente un gioco di cavilli privo di ogni efficacia per la condotta della vita” (Cambiano). E se le indagini fisiche e metereologiche (trattate nei 7 libri delle Naturales Quaestiones) non rientrano in questa condanna, cio’ avviene perche’ esse, agli occhi di Seneca, possono dissipare falsi timori e, comunicandoci una retta conoscenza delle cose divine e di quello che avviene in cielo, insegnarci che cosa bisogna fare in terra: insomma l’attivita’ teoretica (contemplativa) non e’ in contrasto con una finalita’ etica, anzi la incoraggia e la rafforza (a questo proposito confrontate l’inizio del testo C e le citazioni riportate nelle note: la contemplazione della natura e’ cose dolce e ha le sue attrattive, un ‘idea che risale gia’ ad Aristotele, ma non per questo soltanto, secondo Seneca, va perseguita). Piu’ delicato, per Seneca, il rapporto fra la teoria etica e il comportamento pratico. Come sapete, gli ultimi capitoli del De vita beata sono scritti propio per rispondere a quanti accusavano Seneca di incoerenza. Ma Seneca non dichiara mai di essere un sapiens (solo nel sapiens non c’e’ scarto fra teoria e prassi). “Dai suoi scritti Seneca appare come un viaggiatore che si muove verso il porto sicuro, ma senza esservi ancora pervenuto. In questa prospettiva si comprende la ripresa ossessiva del tema topico della virtu’ come sforzo e combattimento, in una mobilitazione esasperata di metafore militari e agonistiche. Lo stesso possesso di ricchezze poteva allora essere giustifucato come ostacolo da superare e, quindi, condizione necessaria per poter esercitare nei loro confronti quel disprezzo che sarebbe stato impossibile in mancanza di esse. Accanto a cio’ si disponevano le metafore altrettanto tradizionali del dominio e della liberta’ in opposizione alla schiavitu’ come specchio delle relazioni tra la propria identita’ e gli oggetti esterni.” (Cambiano) A questo proposito osservate la metafora della catena alla fine del testo B.


Ecco, direi che una delle ragioni della persistente attualita’ di Seneca risieda proprio in questo suo continuo mettersi in gioco: le sue ammonizioni, i suoi insegnamenti, i suoi rimproveri prima che agli altri sono rivolti a se stesso. In un certo senso egli fa filosofia a proprie spese: il docere è messo in relazione stretta con il discere. Per questo motivo Seneca sente di dover difendere la propria liberta’ interpretativa rispetto alla tradizione filosofica. I filosofi del passato sono utili solo nella misura in cui hanno contribuito a procurare farmaci che aiutino a guarire l’animo dai suoi mali. Le prime trenta lettere indirizzate a Lucilio si concludono con una massima tratta dagli scritti di Epicuro (notate come, a differenza di Cicerone, Seneca non abbia nessuna preclusione preconcetta nei confronti dell’epicureismo) “In questo tipo di lettura Seneca era guidato dal criterio che cio’ che e’ vero appartiene ad ognuno, indipendentemente da chi lo pronuncia, e che quanto e’ stato scoperto in passato e’ a disposizione dei posteri che possono liberamente usarlo, coglierne le lacune e tentare di colmarle. Il passato non aveva esaurito la totalita’ del sapere. Per questo lettura e scrittura diventavano due poli complementari di un’ unica attivita’ filosofica e la scrittura si configurava come conferimento di unita’ e organicita’ a quanto si veniva raccogliendo e selezionando nelle varie letture”. (Cambiano) E infatti potete notare come Seneca, utilizzando una metafora giuridica, nel testo A rivendichi la sua liberta’ di interpretazione, il suo “diritto di voto” anche rispetto ai grandi Stoici che pure sono i suoi maestri.


Insomma: il passato va “metabolizzato”, va fatto nostro anche mettendolo in discussione e rifiutando ogni interpretazione dogmatica e standardizzata. Studiare non deve incidere solo sulla quantita’ di cose che sappiamo ma, per essere davvero utile, deve incidere sul nostro modo di essere, deve indurci a mettere in gioco noi stessi e le nostre acritiche certezze, deve spazzare via i pregiudizi che avvelano il nostro animo e ci rendono prigionieri di irrazionali timori.


Meditate, gente, meditate (continua)



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