Archivi del mese: novembre 2003

Post sdrammatizzante


Stamattina, dopo parafrasi e commento al IV canto  (notate l’eleganza acustica del link) dell’ Inferno (quello dove Dante incontra gli spiriti magni e conversa piacevolmente con Omero, Orazio, Ovidio, Lucano e Virgilio), battutaccia lasciata a futura memoria sulla lavagna: Omero, che cosa vuoi di piu’ dalla vita? Un Lucano.


Avevo promesso e, come vedete, mantengo la promessa.

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L’incubo della traduzione ( e perche’ batto cosi’ tanto sull’antropologia)


Un fatto e’ assodato: non sapete i verbi deponenti, e avete le idee confuse su gerundio e gerundivo. Beh, di sicuro senza una conoscenza essenziale della grammatica  e una sufficiente competenza nella comprensione e nell’interpretazione dei testi non andrete molto lontano: che si tratti di latino, di inglese,  e persino della vostra lingua madre, l’italiano. A questo punto sta a voi scegliere. Potete intraprendere la strada (apparentemente) piu’ facile, per me come per voi: cercare di cavare le gambe in qualche modo dai compiti, imparare qualche traduzione a memoria per l’ interrogazione, scopiazzare le versioni d’esercizio da qualche compagno piu’ diligente prima che vengano corrette in classe. Oppure inoltrarvi nel sentiero (sempre apparentemente) piu’ arduo. E’ un sentiero che passa anche attraverso i noiosissimi verbi deponenti e gli stancanti gerundio e gerundivo, perche’ senza una consapevolezza chiara dei fenomeni linguistici essenziali non si va avanti: ma questo sentiero non si ferma qui. Cosa ho scritto nel post precedente? Cercare equivalenze fra lingue diverse implica l’esplorazione di culture diverse,  perche’ il linguaggio non e’ separabile  dalla cultura.  Conoscere lingue diverse (antiche o moderne, non importa), significa essere in possesso della chiave per esplorare mondi lontani nel tempo e nello spazio, per arricchire il proprio pensiero, per ampliare i propri orizzonti, attraverso gli insostituibili strumenti del confronto e della critica.


Ieri sera mi dilettavo guardando in TV (su All Music per l’esattezza) un programma abbastanza demenziale (IMHO: cosa vuol dire questo acronimo?), durante il quale passavano dei videomessaggi di ragazzi poco piu’ grandi di voi che si presentavano con l’intento di trovare qualche amico e, naturalmente, di “cuccare”. Il sogno proibito di questi giovani arditi? Per quasi tutti, viaggiare, conoscere gente nuova, vedere posti esotici, magari in compagnia del proprio partner ideale fortunosamente reperito grazie alla grande mamma televisione.


Ecco, anch’io vi propongo una specie di viaggio: un viaggio attraverso i testi e i linguaggi, per tentare di conoscere uomini e donne altrimenti irraggiungibili, per acquisire uno sguardo nuovo sul mondo, il vostro e quello del passato, per comprendere meglio il presente alla luce del confronto con le epoche trascorse. Qualcosa di meglio che un soggiorno in uno dei tanti Club Mediterranèe tutti uguali, che siano a Donoratico o a Sharm-el-Sheikh, mi sembra.


E qui entra in ballo l’antropologia. Vi sarete accorti che spesso uso come testo di riferimento un libro di Maurizio Bettini che si intitola Storia Letteraria e Antropologia Romana. Maurizio Bettini, ora docente all’Universita’ di Siena, e’ stato mio insegnante a Pisa (qui il suo curriculum vitae). Allora insegnava una cosa a prima vista noiosissima, Grammatica Greco – Latina. E certo, per il suo esame  bisognava tradurre e studiare, anche da un punto di vista biecamente grammaticale, testi latini. Ma e’ stato grazie a lui che mi sono avvicinata per la prima volta ad un grande antropologo contemporaneo, Claude Lèvi-Strauss,  e ad un suo testo capitale,  Il pensiero selvaggio. Certo, li’ per li’ anch’io mi chiedevo che diavolo c’entrassero con Virgilio gli usi e costumi delle tribu’ primitive del Borneo. Poi ho capito, sia pure con una certa fatica. Riporto dalla presentazione del libro Il pensiero selvaggio: « Com’e’ noto, per Lèvi-Strauss, i “selvaggi” sono assai piu’ vicini a noi di quanto si soglia o si voglia credere, e il nostro pensiero, preso in certe sue manifestazioni, e’ sempre “selvaggio”. Gli esempi tipici, i termini di paragone si potranno cercare nelle societa’ ancora ignare della scrittura e delle macchine, ma essi finiranno poi sempre col presentarci sorprendenti somiglianze coi modi di pensare operanti nella poesia e nell’arte dei nostri paesi, oltre che nelle nostre forme di sapienza popolare, arcaiche o recenti ». Ecco, scoprii allora che, se volevo comprendere davvero un testo, soprattutto un testo antico, dovevo sforzarmi di utilizzare non solo un approccio linguistico – letterario (stilistico o filologico) ma dovevo cercare, per quanto possibile, di ricostruire gli orizzonti di senso, il modo di pensare, di interpretare la vita tipici della comunita’ nella quale quel testo era stato prodotto. E in questo l’antropologia poteva aiutare tantissimo.  Mi sto sforzando di comunicare la medesima consapevolezza anche a voi. Intanto potete andare a vedere qui e qui come Maurizio Bettini continua, con i suoi collaboratori, il suo lavoro di esplorazione e ricerca all’ Universita’ di Siena.

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L’incubo della traduzione ( e perche’ batto cosi’ tanto sull’antropologia)


Un fatto e’ assodato: non sapete i verbi deponenti, e avete le idee confuse su gerundio e gerundivo. Beh, di sicuro senza una conoscenza essenziale della grammatica  e una sufficiente competenza nella comprensione e nell’interpretazione dei testi non andrete molto lontano: che si tratti di latino, di inglese,  e persino della vostra lingua madre, l’italiano. A questo punto sta a voi scegliere. Potete intraprendere la strada (apparentemente) piu’ facile, per me come per voi: cercare di cavare le gambe in qualche modo dai compiti, imparare qualche traduzione a memoria per l’ interrogazione, scopiazzare le versioni d’esercizio da qualche compagno piu’ diligente prima che vengano corrette in classe. Oppure inoltrarvi nel sentiero (sempre apparentemente) piu’ arduo. E’ un sentiero che passa anche attraverso i noiosissimi verbi deponenti e gli stancanti gerundio e gerundivo, perche’ senza una consapevolezza chiara dei fenomeni linguistici essenziali non si va avanti: ma questo sentiero non si ferma qui. Cosa ho scritto nel post precedente? Cercare equivalenze fra lingue diverse implica l’esplorazione di culture diverse,  perche’ il linguaggio non e’ separabile  dalla cultura.  Conoscere lingue diverse (antiche o moderne, non importa), significa essere in possesso della chiave per esplorare mondi lontani nel tempo e nello spazio, per arricchire il proprio pensiero, per ampliare i propri orizzonti, attraverso gli insostituibili strumenti del confronto e della critica.


Ieri sera mi dilettavo guardando in TV (su All Music per l’esattezza) un programma abbastanza demenziale (IMHO: cosa vuol dire questo acronimo?), durante il quale passavano dei videomessaggi di ragazzi poco piu’ grandi di voi che si presentavano con l’intento di trovare qualche amico e, naturalmente, di “cuccare”. Il sogno proibito di questi giovani arditi? Per quasi tutti, viaggiare, conoscere gente nuova, vedere posti esotici, magari in compagnia del proprio partner ideale fortunosamente reperito grazie alla grande mamma televisione.


Ecco, anch’io vi propongo una specie di viaggio: un viaggio attraverso i testi e i linguaggi, per tentare di conoscere uomini e donne altrimenti irraggiungibili, per acquisire uno sguardo nuovo sul mondo, il vostro e quello del passato, per comprendere meglio il presente alla luce del confronto con le epoche trascorse. Qualcosa di meglio che un soggiorno in uno dei tanti Club Mediterranèe tutti uguali, che siano a Donoratico o a Sharm-el-Sheikh, mi sembra.


E qui entra in ballo l’antropologia. Vi sarete accorti che spesso uso come testo di riferimento un libro di Maurizio Bettini che si intitola Storia Letteraria e Antropologia Romana. Maurizio Bettini, ora docente all’Universita’ di Siena, e’ stato mio insegnante a Pisa (qui il suo curriculum vitae). Allora insegnava una cosa a prima vista noiosissima, Grammatica Greco – Latina. E certo, per il suo esame  bisognava tradurre e studiare, anche da un punto di vista biecamente grammaticale, testi latini. Ma e’ stato grazie a lui che mi sono avvicinata per la prima volta ad un grande antropologo contemporaneo, Claude Lèvi-Strauss,  e ad un suo testo capitale,  Il pensiero selvaggio. Certo, li’ per li’ anch’io mi chiedevo che diavolo c’entrassero con Virgilio gli usi e costumi delle tribu’ primitive del Borneo. Poi ho capito, sia pure con una certa fatica. Riporto dalla presentazione del libro Il pensiero selvaggio: « Com’e’ noto, per Lèvi-Strauss, i “selvaggi” sono assai piu’ vicini a noi di quanto si soglia o si voglia credere, e il nostro pensiero, preso in certe sue manifestazioni, e’ sempre “selvaggio”. Gli esempi tipici, i termini di paragone si potranno cercare nelle societa’ ancora ignare della scrittura e delle macchine, ma essi finiranno poi sempre col presentarci sorprendenti somiglianze coi modi di pensare operanti nella poesia e nell’arte dei nostri paesi, oltre che nelle nostre forme di sapienza popolare, arcaiche o recenti ». Ecco, scoprii allora che, se volevo comprendere davvero un testo, soprattutto un testo antico, dovevo sforzarmi di utilizzare non solo un approccio linguistico – letterario (stilistico o filologico) ma dovevo cercare, per quanto possibile, di ricostruire gli orizzonti di senso, il modo di pensare, di interpretare la vita tipici della comunita’ nella quale quel testo era stato prodotto. E in questo l’antropologia poteva aiutare tantissimo.  Mi sto sforzando di comunicare la medesima consapevolezza anche a voi. Intanto potete andare a vedere qui e qui come Maurizio Bettini continua, con i suoi collaboratori, il suo lavoro di esplorazione e ricerca all’ Universita’ di Siena.

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