Archivi del mese: ottobre 2003

Oggi…


 … con i ragazzi della quinta, commentando il racconto di Ribeyro “Ridder e il fermacarte” (in Niente da fare, Monsieur Baruch, Einaudi, Torino, 1981) abbiamo parlato in classe del magico rapporto che si instaura fra lettore e autore nello spazio e nel tempo “altri” della letteratura. Provate a riflettere anche su questa considerazione di Marsilio Black e fatemi sapere che cosa ne pensate.

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Oggi…


 … con i ragazzi della quinta, commentando il racconto di Ribeyro “Ridder e il fermacarte” (in Niente da fare, Monsieur Baruch, Einaudi, Torino, 1981) abbiamo parlato in classe del magico rapporto che si instaura fra lettore e autore nello spazio e nel tempo “altri” della letteratura. Provate a riflettere anche su questa considerazione di Marsilio Black e fatemi sapere che cosa ne pensate.

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Ancora sulla lettura e sull’esercizio del sapere


Ebbene, sull’Espresso di questa settimana, pare impossibile, ma la Bustina di Minerva di Umberto Eco risponde almeno in parte alla domanda che mi/vi facevo riguardo all’utilita’ della conoscenza in genere e della lettura in particolare. Riporto la conclusione di Eco, ma il pezzo dovrebbe essere letto per intero ( se non altro perche’ evoca gli scenari che stanno alla base di un libro che gia’ vi ho consigliato, Come si fa una tesi di laurea): “Accade sovente di dover spiegare a un giovane perché sia conveniente studiare. Inutile dirgli che è per amore del sapere, se l’amore del sapere non ce l’ha. Né dirgli che uno che sa affronta meglio le vicende della vita di uno che non sa, perché potrebbe additare sempre qualcuno sapientissimo che, dal suo punto di vista, conduce una vita miserabile. E allora l’unica risposta è che l’esercizio del sapere crea delle parentele, delle continuità, degli affetti, ci fa conoscere alcuni Genitori oltre a quelli nostri carnali, ci fa vivere di più, perché non ricordiamo solo la nostra vita ma anche quella di altri, stabilisce un filo continuo che va dalla nostra adolescenza (talora dall’infanzia) a oggi. E tutto questo è molto bello.


Queste parole rappresentano in parte una risposta anche al commento di Ila. Permettimi di spiegare meglio quello che intendevo quando asserivo che e’ soprattutto la bellezza, una bellezza gratuita, a spingerci fra le braccia dei libri. Non mi riferivo tanto alla bellezza di un singolo libro, o all’affinita’, piu’ o meno profonda, che possiamo avvertire per un autore o per un argomento. Mi riferivo piuttosto alla bellezza (gratuita, lo ribadisco) che e’ connaturata all’atto di conoscere (e, visto che stiamo parlando di libri, di conoscere attraverso i libri e, piu’ in generale, attraverso la parola scritta – riviste, giornali e, gia’ che ci siamo, mettiamoci pure i blog). Certo che chi non avverte questa fascinazione, questa malattia (il morbo del lettore) e’ spiritualmente piu’ povero di chi e’ stato contagiato. Solo che non lo sa e, nella sua beata incoscienza, vive benissimo. Forse, ma dipende dai punti di vista, addirittura meglio di chi sceglie di vivere anche nel mondo parallelo della letteratura e dello studio. D’altra parte che sia piu’ facile credere che l’unico libro interessante in circolazione sia quello delle barzellette su Totti lo dimostra il fatto che la nostra societa’ si e’ abbondantemente dotata di anticorpi nei confronti del gia’ citato morbo del lettore. In Italia il popolo dei lettori e’ sempre stato scarso. Era lecito tuttavia aspettarsi che decenni di scolarizzazione di massa producessero un aumento sensibile della sua entita’. E invece no, si e’ creata piuttosto una massa di diplomati e laureati, con il loro bravo pezzetto di carta in tasca, ma afflitti, ahime’, da un desolante anlfabetismo di ritorno: incolti, illetterati, per di piu’ presuntuosi e convinti di valere qualcosa solo perche’ hanno conquistato, come Dio vuole, un diplomuccio qualsiasi.


La scuola, in questo, ha le sue responsabilita’ (mettiamoci anche il fatto che alcuni docenti sono, da questo punto di vista, della stessa pasta di molti fra i loro allievi: incolti e convinti che si debba loro qualcosa solo perche’ stanno dietro a una cattedra e si fanno chiamare prof.).


E qui, scusami tanto Francesca/VWoolf, tiro in ballo il lapis niger. Che io, in classe, ho soltanto accennato (fra l’altro anch’io ho in adozione Concentus, come il docente di Ila), preferendo un approccio del tutto diverso alle origini della Letteratura Latina. Perche’ alla fine un insegnante di scuola media superiore deve chiedersi che cosa restera’ davvero nella memoria dei teneri virgulti che gli sono stati affidati fra, mettiamo, una decina d’anni, quando la vita avra’ portato la maggior parte di loro ben lontano dalla sua materia (in questo caso il latino, ma potrebbe essere la matematica, le scienze, la filosofia…). Il lapis niger e’ importante, non lo discuto, ma alla fine (e lo dimostrano bene le parole di Ila), per questi ragazzi e’ piu’ importante la lettura di una pagina in piu’ di Plauto. Poi, se vorranno, se potranno, avranno tempo e modo di approfondire determinati aspetti della cultura antica: d’altra parte io stessa non e’ che sia cosi’ ferrata in tema di diritto pubblico arcaico. Voglio dire che a ragazzi cosi’ giovani va comunicata, in primo luogo, una passione: da questa passione in alcuni di loro nasceranno, successivamente, gli interessi piu’ specialistici (si spera). Ma una traccia, comunque, deve restare in tutti, anche in coloro che andranno a fare, un domani, gli impiegati dell’ASL.


Aggiornamento: poche parole, lievissime, sulla bellezza delle biblioteche, anche di quelle non blasonate

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