Il punto sulle tecnologie didattiche

L’estate sta finendo … e "Fuoridiclasse" riprende volenterosamente le trasmissioni. Cominciamo a pensare a nuove idee, nuove sfide, nuove sperimentazioni perché una didattica davvero "fuori di classe" possa davvero realizzarsi.

E cominciamo con segnalare …

… un’interessante e necessaria iniziativa per fare il punto sull’utilizzo delle tecnologie didattiche nella scuola italiana. Se ne parla molto (ricordate le tre I del programma Berlusconi?), e sicuramente molto è stato fatto: ma con quale consapevolezza? quali sono stati i risultati? quali le prospettive di sviluppo? quale la reale utilità? Riprendiamo e diffondiamo la proposta di Gianni Marconato

PROCESSO ALLE TECNOLOGIE DIDATTICHE

Riusciranno i nostri baldi a tenerlo nella primavera 2008? Tutto dipende dai riscontri e dalle adesioni.

Dopo lunga ibernazione (tutto era iniziato allo Zenacamp) , è partito il "processo alle tecnologie didattiche" con l’avvio dell’istruttoria.

E’ stato attivato un wiki per raccogliere elementi utili al "processo" : prove a sostegno delle tesi dell’accusa e della difesa; testimoni e testimonianze, candidature per i diversi ruoli e per ospitare l’evento.

Un piccolo gruppo bipartisan di "promotori" a garanzia della neutralità dell’istruttoria e della corte. Adesioni al gruppo dei promotori (chi si impegna attivamente a promuovere e costruire l’iniziativa) ancora aperte fino a metà settembre.

Sono benvenuti anche "semplici" contributi nella giornata del "processo" (tutti potranno intervenire, purchè segnalati) e spettatori (il processo, come nelle migliori tradizioni democratiche, si terrà a porte aperte ….).

Attendiamo vostri contributi nel wiki (password per editare le pagine nella sidebar del wiki).

Rilanciate l’iniziativa nei vostri blog.

Fatevi, comunque, vivi. Si cerca il collegio giudicante, PM, avvocati, testimoni ….

A fine ottobre definiremo i dettagli logistici ed organizzativi dell’evento. Si tratterà certamente di un Barcamp tematico.

Saremo presenti al Ghirada Barcamp.


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Dante ha veramente visto Dio?

Naturalmente è possibile affrontare Dante con piglio "à la Benigni", condendolo di riferimenti  e allusioni satiriche all’attualità. La persistenza del classico si misura anche sulla base della sua capacità di rapportarsi al presente dei lettori, di parlare alla loro concreta esperienza, di piegarsi a dire "altro", in una sorta di sorprendente capacità metamorfica e proteiforme.

D’altra parte compito della scuola non dovrebbe essere quello di affinare la capacità interpretativa e preparare al confronto con la verità del testo, per irraggiungibile che essa sia (filologicamente parlando, in fondo, la verità del testo è sempre un concetto limite, un’ipotesi di lavoro, un orizzonte che sfugge man mano che si tenta di avvicinarlo)? Il che non significa che sia legittimo trasformare, per dire, I Promessi Sposi in un film western (almeno non in un contesto critico!) o ritenere illuminante per l’esegesi di Dante l’assimilazione di quest’ultimo ad alter ego del Roberto nazionale.

Che cosa pensi dell’iniziativa presa dal Ministero della P.I. di gratificare tutte le scuole del regno della performance di Benigni in dvd, l’ho già lasciato intendere qui. Noialtri, che siamo più seri del Ministro e non facciamo confusione fra approfondimento critico e intrattenimento (senza peraltro svalutare quest’ultimo ma collocandolo nel suo giusto contesto di appartenenza: il che, tutto sommato, gli rende un  servizio migliore), proponiamo in questa sede il video di una conferenza che si è tenuta il 2 maggio 2007 presso il nostro Liceo nell’ambito dell’iniziativa "Incontri con il Classico". La conferenza si intitola "Dante ha veramente visto Dio?", il relatore è il prof. Mirko Tavoni del Dipartimento di Italianistica dell’ Università di Pisa, introduce la sottoscritta. Di certo non si tratta di una robetta leggera, ma personalmente credo di essermi divertita molto di più riflettendo sulle prospettive  interpretative proposte da Tavoni che sulle boutade di Benigni: ma ognuno ha le sue fissazioni, naturalmente!

La ragione per la quale ho pubblicato su questo sito il video si lega alle motivazioni che ispirano "Fuoridiclasse": il desiderio di rendere disponibili le discussioni, le esperienze, le lezioni tenute in classe e i  relativi materiali sia ai miei studenti sia a chiunque sia interessato e desideri, attraverso gli strumenti resi disponibili dal Web, ampliare le sue e le nostre conoscenze.

P.S. la qualità del video non è delle migliori, e me ne scuso, ma purtroppo abbiamo avuto delle difficoltà tecniche che ho cercato di risolvere come meglio potevo.

http://video.google.com/googleplayer.swf?docId=-1584902380325939500&hl=it

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La problematica attualizzazione del mito

In questo post, i lettori di Fuori di Classe troveranno il video della parte introduttiva della conferenza del dott. Andrea Taddei (Università di Pisa – Dipartimento di Filologia Classica) sulla "Medea" di Euripide, conferenza che si è tenuta il 9 marzo scorso nell’ambito del progetto "Incontri con il Classico  2007 – La trasgressione". D’accordo con il dott. Taddei, abbiamo deciso di circoscrivere la discussione su questo spazio al tema del rapporto problematico che il presente intrattiene con il mito antico e con la sua possibile attualizzazione. L’intervento del dott. Taddei prende spunto, fra l’altro, dallo spettacolo teatrale AedeMedea liberamente ispirato a Medea (Seneca), Medea (Grillparzer), Medea-black (Michel Azama), Stanza 411 (Simona Vinci) rappresentato dal gruppo teatrala FOB presso il Castello di Piombino il giorno successivo alla conferenza.

Al video segue un mio commento che, spero, possa servire da avvio al dibattito sulla questione. A breve verranno pubblicati su Fuori di Classe i video relativi alle successive conferenze.

 

 

http://video.google.com/googleplayer.swf?docId=-2592504718291197032&hl=it

 

Ho riflettuto a lungo in queste settimane su questa introduzione di Andrea Taddei alla sua bella disamina della Medea di Euripide. Se da un lato mi sembrava ineccepibile insistere sulla necessità di ricostruire con esattezza le coordinate culturali in cui un dato mito si iscrive, evitando attualizzazioni che ne snaturano, di fatto, il (presumibile) significato originario, dall’altro anch’io sentivo che qualcosa non tornava. La Medea di Euripide, è ovvio, non è la Medea di Seneca, non è quella di Grillparzer, non è quella di Pasolini, non è quella di Christa Wolf. Ma chi è, davvero, Medea? Un mito vive delle sue riscritture. Il mito antico non ha cessato di parlare quando, secondo Plutarco, fu annunciato “Il grande Pan è morto”, ma ha continuato a riprodursi metamorficamente in innumeri versioni diverse, coniugandosi variamente con le esigenze e le caratteristiche dei contesti nei quali, in un modo o nell’altro, il mondo antico ha agito come modello. D’altra parte, la Medea di Euripide continua ad essere tradotta, letta, rappresentata. Per chi? Certo per un pubblico ben diverso da quello del 431 a.C.. E con quale scopo? Perché, in un modo o nell’altro, a volte anche un po’ a caso, si continua a pescare nell’inesauribile serbatoio del passato?
 
Ho cercato una soluzione a questi dubbi, nella consapevolezza che qualsiasi tentativo di risposta sarebbe stato fatalmente condizionato dal mio mestiere di insegnante liceale e dalle domande dei ragazzi.  Perché studiare il latino o il greco? Che cosa importa, oggi,  sapere quello che scrivevano o pensavano uomini così distanti da noi nello spazio e nel tempo? Il problema, cruciale dal punto di vista metodologico, è questo: se circoscrivo il mio insegnamento al rispetto del dato filologico, sia pure corretto dai risultati dell’antropologia storica, creo inevitabilmente una distanza in apparenza incolmabile; se mi avventuro nel gioco delle interpretazioni attualizzanti, rischio di far dire ai testi quello che in realtà non dicono, finendo per sostituire a quella del passato la voce, spesso non attendibile e sicuramente più approssimativa, del presente.
 
Allora bisogna procedere sul filo del rasoio. Insistere sull’inespugnabile alterità dei testi antichi, lasciando tuttavia che questa alterità ci provochi qui e ora. Procedere in termini di confronto, critico e creativo, e non di bieco appiattimento del passato sul presente: ma nemmeno di gelosa erudizione antiquaria.
La Medea euripidea che leggiamo oggi non può essere, nonostante l’apparente identità, la stessa che vedevano rappresentata gli Ateniesi del V secolo: semplicemente perché noi non siamo loro.Ma allora perché continuiamo a trovare in quel testo, in quelle parole, in quelle immagini, spunti che sembrano rivolgersi proprio a noi? Che cosa determina la vitalità di un testo così antico? Io credo che, se è corretto cercare di ricostruire, nei limiti del possibile, il significato originario di una determinata esperienza estetica nel contesto della sua cultura di appartenenza, non sia possibile dimenticare che quella stessa esperienza ha continuato a parlare, con accenti simili ma pur sempre diversi, nel corso del tempo. Occorre restituirla alla sua storia, ovvero alla storia della sua ricezione e della sua fortuna, alla quale va attribuita una nuova centralità. Ragionare in termini di rapporto e di comparazione, insomma.
 

Mi rendo conto che in questo modo, da perfetta (quasi) profana, metto insieme, di fatto due approcci metodologici diversi: l’antropologia storica da un lato e la letteratura comparata dall’altra. Diversi ma, ovviamente, non incompatibili, casomai complementari, specialmente in una prospettiva didattica rapportata alla realtà liceale (che, naturalmente, è quella che mi interessa di più).

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Domani termina il ciclo "Incontri con il Classico" – La trasgressione

… che io ho organizzato per conto del mio Liceo. Abbiamo parlato di Medea ( 9 marzo, dott.Andrea Taddei – Università di Pisa), Aristofane (17 aprile, prof. Graziano Arrighetti, Università di Pisa), Petronio ( 27 aprile, prof. Monica Longobardi, Università di Ferrara). Concludiamo con Dante e con questa intrigante domanda, Dante ha veramente visto Dio?, alla quale cercherà di rispondere il prof. Mirko Tavoni dell’Università di Pisa. A breve metterò a disposizione in video parti delle conferenze.

Per ora, visto che siamo in dirittura d’arrivo e mi sento un po’ nostalgica, a commento dell’iniziativa che, non a caso, quest’anno era dedicata al tema della Trasgressione, eccovi questo Pasolini d’annata.

 

(Pubblicato anche su  Contaminazioni)

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Nuove frontiere della didattica della Letteratura (e non solo)
Devo essere sincera. Navigare su Internet alla ricerca di materiali di supporto per lo studio e l’insegnamento della Letteratura (Italiana o Classica non fa differenza) spesso non è un’esperienza esaltante. A parte il fatto che le risorse rapidamente accessibili non sembrano essere numerose e frequentemente si rimandano l’una all’altra in un perverso gioco di link circolari, se si eccettuano poche isole felici (il portale Icon, ad esempio, o la rivista di italianistica online dell’Università di Bologna, Griselda online, o la pagina di risorse per classicisti curata sempre nell’Università di Bologna), non sono certo di livello eccelso: se devo consultare qualcosa che sia poco più (o talvolta poco meno) di un dignitoso bignami, tanto vale che ricorra al buon caro vecchi “supporto cartaceo”, ovvero il libro.
 
Il punto è che ancora non si è imparato a sfruttare adeguatamente, almeno in quest’ambito, le caratteristiche specifiche dei cosiddetti new media, quelle caratteristiche che li rendono diversi, nell’utilizzo e nella destinazione, da un media tradizionale, soprattutto nella nuova dimensione del cosiddetto Web 2.0: l’interattività, la dimensione reticolare, la socializzazione delle informazioni e delle conoscenze. In particolare il fenomeno dei blog, dei podcast, dei video autoprodotti pubblicati su YouTube o Google Video, sta rivoluzionando il tradizionale rapporto “emittente – destinatario” nell’ambito della comunicazione via Internet: la logica del “portale”, ovvero una logica che ripropone l’unidirezionalita comunicativa tipica dei media generalisti, non è più interessante e già da tempo ha dimostrato, in particolare nel contesto che qui interessa, limiti e lacune ( a meno che non ci basti leggere, ogni volta che suggeriamo nelle classi di compiere un approfondimento, le affrettate  ricerchine dei nostri alunni, frutto di un assai poco proficuo “copia incolla” dai siti pur meritori di Diego Fusaro o Giuseppe Bonghi, del resto oggi ampiamente surclassati per la bisogna dal ricorso, peraltro pochissimo meditato, a Wikipedia).
 
La didattica, forse ancora confusamente, avverte che bisogna percorrere un’altra strada: ovvero quella della proposizione dal basso di contenuti di qualità. La Rete, per sua natura, non dovrebbe essere subita dagli utenti: casomai va agita e costruita a partire dai singoli contributi individuali. Un’affermazione del genere, mi rendo conto, potrebbe apparire come la classicca “scoperta dell’acqua calda”: ormai i blog didattici, per dire, pullulano come funghi, e velocemente ad essi si affiancano altre esperienze, come i podcast o, appunto, i video. Ma la questione cruciale, a mio avviso, è un’altra: se singoli utenti, o classi, o scuole, ambiscono a “farsi media”, sia pure nella dimensione innovativa di new media, occorre in primo luogo studiare e acquisire la logica comunicativa di questi strumenti, almeno per evitare il rischio della più chiusa autoreferenzialità. E per ora quest’aspetto non sempre è adeguatamente considerato nella prassi didattica comune, almeno a mio modo di vedere.
 
Facciamo un esempio concreto, come la piattaforma Edidablog curata dal Ministero della Pubblica Istruzione proprio per favorire la diffusione dello strumento weblog nelle scuole. Io ho veramente delle difficoltà a comprenderene l’utilità, così com’è: a parte il fatto che per qualche misteriosa ragione è sempre in manutenzione, i blog (o “nodi”) che ad essa afferiscono, hanno un indirizzo http che è assolutamente impossibile ricordare (e poco male: tanto esistono i debiti strumenti per recuperare una pagina che interessa, tipo i lettori di feed rss o altro) e una visibilità esterna pressoché nulla, tant’è vero che, mi pare (perché, lo confesso, mi sono stufata prima di approfondire la ricerca), i più sono desolatamente abbandonati da mesi se non da anni.
 
O si riesce ad entrare nel flusso generale della conversazione su Internet o si è destinati a scomparire: perché, onestamente, non vale la pena di sprecare fatica e impegno per affermare “ho pubblicato in Rete” se poi nessuno lo sa e nessuno ti vede. Ecco che quindi è necessario comprendere e far funzionare adeguati strumenti di promozione dei propri contenuti: dalle etichette (o tag) ai feed, dai motori di ricerca dedicati come Technorati alle logiche di indicizzazione e di ranking sottintese a Google, dagli aggregatori ai luoghi di condivisione di link e materiali come Del.icio.us o Flickr. Chiudersi in piattaforme dedicate, francamente, non pare molto sensato, almeno se consideriamo il problema in quest’ottica. E, per il resto, occorre verificare che cosa accadrà del tentativo di costruire un Web “semantico”, nel quale le informazioni possano essere organizzate e reperite secondo criteri di senso più precisi rispetto a quelli che funzionano attualmente.
 
So bene che quando si parla di “marketing” in riferimento alla scuola, a molti (a me per prima) viene l’orticaria: ma in un certo senso occorre in questo caso fare un’operazione di marketing virtuoso ( o, se si vuole, di autopromozione), per ottenere che quello che si fa in Rete per quanto riguarda la didattica, posto che abbia uno scopo più significativo del “proviamo a vedere che succede”, uno scopo tipo la costruzione e la condivisione di informazioni e tracce di discussione, approfondimento e riflessione,  possa essere visto e fruito dagli altri, in primo luogo da altre scuole, o classi, o docenti, o studenti e poi (perché no?) da utenti esterni all’universo scolastico, che forse così potrebbero farsi un’idea più precisa e meno pregiudiziale di quello che effettivamente si fa all’interno della aule.
 
E qui vorrei toccare un ultimo punto. L’immagine della Scuola Italiana attualmente veicolata dai media mainstream è attualmente assai poco lusinghiera. In particolare, il rapporto fra scuola e Internet è presentato nell’ottica della criminalizzazione pura e semplice: in pratica pare che le scuole siano presenti su YouTube, tanto per fare un esempio, soltanto come scenari di pessimi atti di bullismo o di idiozia pura e semplice da parte di studenti e professori. Ora, noi tutti sappiamo che le cose non stanno così, o che comunque generalizzare è sempre pericoloso e controproducente. Dunque le scuole (e, nello specifico, i docenti più sensibili e preparati) dovrebbero fare uno sforzo per dare visibilità reale al rapporto corretto e proficuo che viceversa esiste fra molte realtà scolastiche e le nuove tecnologie. Io credo che proprio strumenti come YouTube, che molti di noi vedono come il “nemico”, senza contare i blog o i podcasting, potrebbero aiutarci in questo compito, nella misura in cui rappresentano un tentativo di “farsi media” in contrapposizione alle logiche non sempre onestissime dell’informazione di tipo tradizionale.
n.b. Questo doveva essere il mio contributo al convegno "L’uso del video e di Internet nella didattica della Letteratura" organizzato dal Dipartimento di Studi Italianistici dell’Università di Pisa". Poi, trascinata dalla foga del dibattitto, ho finito per dire altro in quell’occasione. Ma questa è un’altra storia, che forse racconterò.

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Rullo di tamburi …

Il primo video a cura di Fuori di Classe. Incontri con il Classico, 9 marzo 2007. Per ora soltanto la mia introduzione al Progetto

http://video.google.com/googleplayer.swf?docId=-3084246101885724348&hl=it

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Medea/Medee

In relazione al progetto "Incontro con il Classico" (trovate il programma e le linee guida qui), segnalo la presenza sul sito della rivista "Griselda online" di un percorso piuttosto articolato sul mito di Medea che, come sanno i miei alunni, sarà oggetto della prima conferenza prevista per il prossimo 9 marzo (relatore dott. Andrea Taddei, Università di Pisa)

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